Ho smesso di fingere. E sono rimasto solo

Questa cosa la ripeterò all’infinito: il 2025 non è stato un anno migliore degli altri.
Questa idea che ogni anno debba essere migliore non la comprendo proprio. Ognuno di noi ha i suoi obiettivi, le sue paure, i suoi inghippi e tutto ciò che ne consegue; per cui credo che ogni anno bisognerebbe provare qualcosa che l’anno precedente è stato trascurato, per trovare una quadra eh, non per altro.
Il 2025, come già detto, è stato abbastanza standard: tante cose nuove che poi si sono ribilanciate con altrettante paranoie e insicurezze. Quindi tutte le cose belle e tutte le cose brutte accadute si sono semplicemente allineate, tirando fuori un anno come un altro.
C’è però un argomento che ha spiccato nella mia mente soprattutto negli ultimi mesi di questo discusso 2025: la solitudine affiancata al mio stato mentale.
Non fraintendetemi, parlo sempre da ventunenne che ha vissuto una tipica infanzia di provincia italiana, in una famiglia con alti e bassissimi e con un caratterino per nulla facile. Fatto sta che ho passato almeno due ore al giorno a riflettere su questo mio stato mentale e fisico, per provare a capire anche se non necessario perché un ventunenne debba stare solo. Vi espongo qui di seguito alcune riflessioni fatte.
Il mio carattere e il suo ruolo in questa storia
Parto sempre dal presupposto che una delle mie più grandi problematiche sia proprio il mio carattere. Non so da dove derivi, da quale stramaledetto trauma (e non necessariamente a un trauma deve essere affiancato qualcosa di brutto) o da quale parente con un’influenza negativa sia scaturita questa mia immensa piaga, ma vi posso giurare che io ce la metto sempre tutta a combattere alcuni dei comportamenti che citerò qui di seguito. A volte, però, davvero non ci riesco.
Il mio è uno di quei caratteri che, se avesse una forma umana, sarebbe uno di quei personaggi americani obesi che stanno sul letto perché non hanno più forza per muoversi, continuano a mangiare cibo spazzatura e a fare attività poco allenanti come giocare ai videogiochi o guardare film e serie.
Il mio è uno di quei caratteri che si stanca davvero presto delle attività e delle persone: duro davvero poco quando si tratta di rapporti umani (non sessuali eh :- hahah). C’è sempre quella fase iniziale che mi dà una gigantesca scarica di dopamina: ho una gran voglia di conoscerti, di analizzarti, di capire come sei, cosa ti piace, cosa odi, ecc. E finisco puntualmente a rovinare il rapporto quando mi rendo conto che quella persona non è per niente coesa con il mio essere.
Lo stesso vale per le attività: inizio un progetto, mi godo la prima settimana di scoperta, mi affascina, ci dedico intere giornate, non vedo risultati e mollo… che tristezza che sono.
Ma partiamo dal principio delle mie riflessioni: la colpa è mia?
Sì.
Credetemi, in questi anni ho provato a scaricare le colpe sulle persone che finivano per andarsene o sui progetti lasciati a metà, ma non riesco proprio a far finta che il mio essere non c’entri nulla. È palese.
Ricordo esattamente il periodo in cui ho iniziato a capire che una cosa non avrebbe funzionato ancora prima che iniziasse. Mi prendeva una voglia matta di farla, ma automaticamente il mio cervello mi diceva:
“Ehi, che senso ha sprecare energia? Sai già che lascerai perdere presto questa cosa, ti sentirai male e ne inizierai un’altra.”
Avevo sempre ragione.
E forse aver trovato questa quadra è stata una benedizione. Grazie a ciò ho iniziato a concentrarmi molto di più su me stesso e sulle cose che in quel momento mi piaceva fare, facendo sì che non ne iniziassi di nuove, ma che affinassi quelle esistenti.
Inevitabilmente, quanto sopracitato porta a determinati status sociali. Uno di questi è proprio la solitudine.
Quella silenziosa, eh. Non quella che ti logora e ti fa impazzire. Una sorta di piccola lama conficcata nel petto che è talmente sottile da far male all’inizio, poi forse ti ci abitui. Forse. Non credo ci si abitui mai davvero alla solitudine.
Un tizio, sotto un mio video YouTube, ha commentato così:
“Non ti abituerai mai del tutto alla solitudine, però posso assicurarti che la solitudine sarà sia il tuo miglior amico che un peso da portarti appresso. Nella solitudine troverai momenti autentici, conoscerai te stesso. Fanne buon uso, perché un giorno questa magia della solitudine verrà sovrastata dagli impegni, dalla quotidianità, e quei mattoni di crescita che stai mettendo ora saranno le fondamenta di quello che sarai un giorno ‘da grande’.”
Sono d’accordo.
Utilizzerò questo commento come pseudo-spiegazione a qualcosa che vorrei dire ma che prenderebbe troppe righe e appesantirebbe eccessivamente un contenuto già palloso di suo.
Ho finto di essere qualcun altro per molto tempo
Questa è una durissima verità.
Fino a qualche tempo fa credevo che, per trovare il mio spazio nel mondo, avrei dovuto modellare il mio essere sulla base degli altri: copiare i loro comportamenti, il loro modo di essere, i vestiti, la musica e molto altro.
Ad oggi mi ritrovo come prima, per nulla cambiato. Ho pezzi di qualcuno da tutte le parti e sento che non riuscirò mai a perdonare me stesso per essermi nascosto al mondo, facendo credere di essere qualcosa che non sono.
Facevo credere che mi piacesse il rumore, la discoteca, il fumo, l’alcol e la vita fatta di eccessi.
Facevo credere che mi piacesse uscire tutte le sere con un gruppo gigante di persone, fare il burlone e il cretino per strappare due risate.
Facevo credere di essere un duro, di non aver paura di niente e nessuno, di potermi scontrare con il mondo ed uscirne illeso.
Spoiler: se hai vissuto un periodo con me, sappi che tutto ciò che hai conosciuto era solo una maschera.
Una misera maschera messa per compiacere te e chi mi stava attorno.
Io non sono così. Odio il rumore, gli spazi pieni di gente, ubriacarmi, fumare, andare in discoteca per stare dietro a tipe che non vogliono nulla se non un contentino serale. Non sono un cretino. Non ho mai voluto far ridere nessuno. Non sono simpatico, espansivo, estroverso. Io non sono tutto questo. Tutto ciò che hai conosciuto.
Credo che far finta di essere qualcosa che non sono mi abbia ferito pesantemente.
D’altronde, come lo dici a un ragazzino delle medie o delle superiori che, se continuerà a essere se stesso, non avrà amici? Che la sua strada non è quella dei videogiochi, delle discoteche, dello svago e degli eccessi?
Come gli dici che in realtà le sue passioni sono la scrittura, la lettura, la produttività; che preferisce stare a casa con una tazza di tè caldo mentre scrive pensieri e riflessioni su se stesso e sugli altri?
Non puoi.
Devi solo lasciare che il tempo faccia il suo corso e che infligga le sue ferite. Quando questo sarà accaduto, potrai parlarci e lui, fissando un punto vuoto della stanza, probabilmente dirà:
“Avevi ragione, scusa.”
Gli adulti hanno sempre ragione.
Il punto di rottura
C’è un punto di rottura in tutta questa storia. Lo definisco “rinascita”.
Non perché pensassi di non aver mai vissuto realmente, ma perché chi aveva vissuto tutto ciò che era accaduto fino a quel momento non ero davvero io.
C’è stato un momento in cui ho deciso di rovinare tutto appositamente, per potermi spogliare di vesti che mi stavano scomode e iniziare a indossarne di più larghe, più comode.
Le settimane successive al grande cambiamento sono state devastanti: notti insonni, poco cibo ingerito, poca voglia di lavorare, di allenarmi, di parlare, di pensare, di giocare, di ascoltare musica.
Insomma, poca voglia di stare al mondo.
È stato solo in quel momento che ho capito come funzionano davvero le cose, almeno secondo me.
Per vivere sul serio bisogna vivere se stessi, non gli altri. Bisogna annoiarsi, rendersi conto delle proprie fragilità, delle proprie dipendenze e delle criticità che ci circondano.
Non è stato semplice litigare con alcune persone, eliminare vizi e attività. Ma subito dopo quel periodo di dolore mi sono sentito realmente bene, per la prima volta. Consapevole del fatto che il problema sono sempre stato io e questa cosa non mi ha mai fatto male.
Se per me è stato deciso che, per vivere bene, devo avere poche cose intorno, va bene così. Purché questo sia il modo per vivere davvero.
il funambolo
In seguito a questa storia, alla mia storia, ho sviluppato una metafora che rappresenta come mi sento. Non riesco a spiegarlo diversamente.
Ne ho scritto due righe il mese scorso:
Per come la vedo io, questa mia condizione assomiglia a un filo. Un filo vero, teso, sospeso, senza sapere bene dove inizi e dove finisca. E io ci cammino sopra. Non per incoscienza, non per disperazione, ma perché è il posto in cui so stare. Con il tempo ho imparato l’equilibrio, ho imparato a sentire il peso del corpo, a correggermi quando vacillo, a riconoscere i momenti in cui serve rallentare. In questo senso mi sento un funambolo esperto, uno che conosce il suo mestiere e che, soprattutto, lo ama. Ma l’esperienza non rende invincibili. Anche i funamboli migliori, quelli che sembrano non sbagliare mai, a volte cadono. Basta un attimo: il freddo, la stanchezza, una distrazione. E quando cadi, non c’è una rete. Non c’è un backup, non c’è modo di tornare indietro. Questo non è un avvertimento né una lezione: è solo il modo in cui funziona il filo.
Ora ve la schematizzo, così magari si capisce meglio.
Funambolo: io
La persona che cammina sul filo. Non per spettacolo, non per incoscienza, ma perché è il modo in cui so stare al mondo.Filo: la mia solitudine / il mio stato di vita
Non un vuoto, ma una condizione attiva, continua, che va percorsa ogni giorno.Camminare: vivere così
Andare avanti senza sapere esattamente dove porta, senza un inizio o una fine chiara.Equilibrio: l’abitudine, l’esperienza
Anni passati a conoscermi, a capire i miei limiti, a gestire il mio carattere, a sapere quando rallentare o correggermi.Esperienza: il tempo passato sul filo
Sapere cosa aspettarsi, riconoscere i momenti di instabilità, non farsi prendere dal panico ai primi vacilli.Vacillare: i momenti di stanchezza o sovraccarico
Non crisi evidenti, ma piccoli spostamenti, micro-squilibri.Caduta: perdita di controllo / perdita di lucidità
Non un errore morale, ma un punto di non ritorno.Assenza di rete: mancanza di un backup
Se cadi, non c’è qualcosa che ti riporta semplicemente sul filo.Consapevolezza del rischio: sapere che può succedere
Conoscere i limiti non elimina il pericolo.Paradosso: sapere non basta
Anche capendo tutto, anche conoscendo il filo, non puoi smettere di camminare. Perché sei fatto così.
Conclusioni
Non ho soluzioni da proporre e nemmeno una morale. Questa non è una storia che serve a migliorare qualcosa, ma solo a spiegare come stanno le cose, almeno per me.
Cammino su questo filo perché è l’unico posto in cui so stare davvero. Non perché sia sicuro, non perché sia giusto, ma perché tutto il resto mi ha sempre fatto sentire finto, fuori posto. So che il rischio esiste, so che anche conoscendomi potrei cadere. La consapevolezza non mi protegge, non elimina il pericolo.
Ma non mi offre nemmeno un’alternativa.
Scendere dal filo, per me, significherebbe smettere di essere lucido, smettere di essere vero.
Non so dove porta questo filo e non so quanto durerà. So solo che oggi è qui che riesco a vivere meglio, anche accettando il peso e l’instabilità che comporta. E per ora, questo mi basta.
C’è solo il filo.
E io continuo a camminarci sopra.
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